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venerdì 26 novembre 2010
mercoledì 21 luglio 2010
Tavello (Limena)
http://no-gra-limena.blogspot.com/
http://www.facebook.com/group.php?gid=128530885535
Il Tavello. Pochi conoscono questa bellissima area golenale bagnata dal fiume Brenta, anche tra gli stessi abitanti di Limena. Eppure stiamo parlando del più grande parco agricolo-naturalistico dell’immediata periferia di Padova, dove possiamo ancora ammirare zone umide incontaminate e ricche di vegetazione, che costituiscono l’habitat ideale per molti tipi di uccelli, accanto ad altre zone in cui l’uomo, nel corso dei secoli, ha saputo creare delle bellissime aree agricole, perfettamente integrate con l’ambiente circostante. Il Tavello è localizzato a nord della ex-Statale Padova-Bassano del Grappa. La principale via di accesso si trova all’altezza del ponte sul canale Brentelle, dove possiamo ammirare gli splendidi Colmelloni. Il primo Colmellone fu realizzato nel 1370 con lo scopo di controllare le acque del Brenta, che in caso di piena raggiungevano Padova, allagando le zone più basse ed intasando tutti i canali intorno alla città. Dopo la devastazione effettuata dalle truppe asburgiche in ritirata ed un periodo di abbandono completo furono successivamente ricostruiti nel 1774. Basta seguire per pochi minuti l’argine sulla sinistra lasciandosi alle spalle le abitazioni che si fanno man mano sempre più rade, per ritrovarsi completamente immersi nella bellissima natura che caratterizza quest’area. Piantagioni di pioppi gatterini sulla sinistra, arbusti ed alberi tipici della zona (salici, ontani, olmi, ligustrelli, noccioli, …) sulla destra. Tra la vegetazione si può scorgere in lontananza la secentesca Villa Pacchierotti, protetta da un secondo argine eretto contro le possibili inondazioni nell’area. L’ultima risalente al 1966, quando, per evitare ben più gravi conseguenze alla città di Padova, fu rotto l’argine maestro (è ancora visibile il punto, dove l’argine si abbassa di livello), lasciando che l’acqua del Brenta allagasse il Tavello e Limena. Si può camminare sull’argine per un percorso ad anello che a piedi dura circa un’ora, e che ha sempre come punto di riferimento Villa Pacchierotti. Grazie all’amorevole cura dei proprietari terrieri, quest’area è giunta a noi intatta in tutta la sua bellezza. Bellezza e patrimonio riconosciuti a livello internazionale. L’area del Tavello è un SIC (Sito di Interesse Comunitario Grave e Zone umide del Brenta, n° IT3260018), è compresa nell’ambito per l’istituzione di parchi regionali (art. 33 del P.T.C.R. Parco Medio Corso del Brenta) e negli ambiti naturalistici di livello regionale (P.T.R.C. art. 19). È dichiarata “Zona di Protezione Speciale” ai sensi delle Direttive Europee 79/409/CEE e ‘Habitat’ 92/43/CEE ed è inoltre inserita nella rete Natura 2000. Per ultimo viene attraversata dall’ippovia Vigonza Carmignano di Brenta, dal Percorso Naturalistico del Brenta, nonché da un percorso per il Nordic Walking. Questi ultimi tre progetti sono stati realizzati per valorizzare ulteriormente l’area, che costituisce per il Comune di Limena un’attrazione turistica di non poca rilevanza.
http://www.facebook.com/group.php?gid=128530885535
Il Tavello. Pochi conoscono questa bellissima area golenale bagnata dal fiume Brenta, anche tra gli stessi abitanti di Limena. Eppure stiamo parlando del più grande parco agricolo-naturalistico dell’immediata periferia di Padova, dove possiamo ancora ammirare zone umide incontaminate e ricche di vegetazione, che costituiscono l’habitat ideale per molti tipi di uccelli, accanto ad altre zone in cui l’uomo, nel corso dei secoli, ha saputo creare delle bellissime aree agricole, perfettamente integrate con l’ambiente circostante. Il Tavello è localizzato a nord della ex-Statale Padova-Bassano del Grappa. La principale via di accesso si trova all’altezza del ponte sul canale Brentelle, dove possiamo ammirare gli splendidi Colmelloni. Il primo Colmellone fu realizzato nel 1370 con lo scopo di controllare le acque del Brenta, che in caso di piena raggiungevano Padova, allagando le zone più basse ed intasando tutti i canali intorno alla città. Dopo la devastazione effettuata dalle truppe asburgiche in ritirata ed un periodo di abbandono completo furono successivamente ricostruiti nel 1774. Basta seguire per pochi minuti l’argine sulla sinistra lasciandosi alle spalle le abitazioni che si fanno man mano sempre più rade, per ritrovarsi completamente immersi nella bellissima natura che caratterizza quest’area. Piantagioni di pioppi gatterini sulla sinistra, arbusti ed alberi tipici della zona (salici, ontani, olmi, ligustrelli, noccioli, …) sulla destra. Tra la vegetazione si può scorgere in lontananza la secentesca Villa Pacchierotti, protetta da un secondo argine eretto contro le possibili inondazioni nell’area. L’ultima risalente al 1966, quando, per evitare ben più gravi conseguenze alla città di Padova, fu rotto l’argine maestro (è ancora visibile il punto, dove l’argine si abbassa di livello), lasciando che l’acqua del Brenta allagasse il Tavello e Limena. Si può camminare sull’argine per un percorso ad anello che a piedi dura circa un’ora, e che ha sempre come punto di riferimento Villa Pacchierotti. Grazie all’amorevole cura dei proprietari terrieri, quest’area è giunta a noi intatta in tutta la sua bellezza. Bellezza e patrimonio riconosciuti a livello internazionale. L’area del Tavello è un SIC (Sito di Interesse Comunitario Grave e Zone umide del Brenta, n° IT3260018), è compresa nell’ambito per l’istituzione di parchi regionali (art. 33 del P.T.C.R. Parco Medio Corso del Brenta) e negli ambiti naturalistici di livello regionale (P.T.R.C. art. 19). È dichiarata “Zona di Protezione Speciale” ai sensi delle Direttive Europee 79/409/CEE e ‘Habitat’ 92/43/CEE ed è inoltre inserita nella rete Natura 2000. Per ultimo viene attraversata dall’ippovia Vigonza Carmignano di Brenta, dal Percorso Naturalistico del Brenta, nonché da un percorso per il Nordic Walking. Questi ultimi tre progetti sono stati realizzati per valorizzare ulteriormente l’area, che costituisce per il Comune di Limena un’attrazione turistica di non poca rilevanza.
mercoledì 26 maggio 2010
Punta Perotti
2 aprile 2006
Il primo ecomostro di Punta Perotti, presso Bari, è stato abbattuto: davanti a una folla di centinaia di persone, gli esperti hanno innescato le mille cariche necessarie per fare accartocciare l'edificio.
L'esplosione non è stata preceduta dalle tre sirene che avrebbero dovuto avvertire dell'esplosione, sorprendendo i baresi che si erano assiepati per assistere all'evento. Adesso il lungomare di Bari "ritorna" più visibile, e lo sarà ancora di più quando verranno distrutte anche le due rimanenti parti della costruzione, che varranno fatte implodere il 23 e il 24 aprile.
Unico lieve "contrattempo" è stata la nuvola di calcinacci prodotta dallo "sparo", che, contro le previsioni, si è diretta verso la terra e non verso il mare, travolgendo l'abitato quartiere Japigia.
Il primo ecomostro di Punta Perotti, presso Bari, è stato abbattuto: davanti a una folla di centinaia di persone, gli esperti hanno innescato le mille cariche necessarie per fare accartocciare l'edificio.
L'esplosione non è stata preceduta dalle tre sirene che avrebbero dovuto avvertire dell'esplosione, sorprendendo i baresi che si erano assiepati per assistere all'evento. Adesso il lungomare di Bari "ritorna" più visibile, e lo sarà ancora di più quando verranno distrutte anche le due rimanenti parti della costruzione, che varranno fatte implodere il 23 e il 24 aprile.
Unico lieve "contrattempo" è stata la nuvola di calcinacci prodotta dallo "sparo", che, contro le previsioni, si è diretta verso la terra e non verso il mare, travolgendo l'abitato quartiere Japigia.
domenica 23 maggio 2010
giovedì 20 maggio 2010
Per non dimenticare
TG 31.10.09 Sette anni fa la tragedia di San Giuliano
Il giudizio di colpevolezza è stato confermato dalla quarta sezione penale della Corte di Cassazione: i cinque imputati per il crollo della scuola elementare di San Giuliano di Puglia sono effettivamente colpevoli di quel disastro, in cui morirono 27 bambini ed una maestra. Il reato si perpetrò in un’unica azione, ossia quella di costruire la sopraelevazione della scuola in maniera non conforme alle norme, della legge e della fisica. Un solaio appesantito da 16 tonnellate di calcestruzzo, venuto giù a causa del terremoto di fine 2002. Se si fosse costruito secondo le regole antisismiche – si legge nella sentenza – tutto ciò certamente non sarebbe successo.
I genitori e i parenti delle vittime di quella tragedia si dicono soddisfatti, anche se difficilmente nei loro volti e nelle loro menti potrà soggiornare soddisfazione vera, nè essi potranno avere ristoro dal torto impagabile subito quasi 8 anni fa.
La verità che oggi la giustizia afferma è principalmente quella della colpevolezza dei vari imputati, in quanto soltanto uno di loro, l’ex sindaco di San Giuliano che pure in quel crollo perse sua figlia, ha ricevuto una condanna definitiva: 2 anni e 11 mesi, seppur coperti dall’indulto. Per gli altri quattro imputati, il progettista della scuola e gli altri responsabili della sopraelevazione che fu funesta, la Cassazione ha rimandato il giudizio alla Corte d’Appello di Salerno, per un difetto di motivazione che, per ora, impedisce l’effettiva quantificazione della pena da infliggere.
E’ una vicenda nazionale che termina, una brutta storia cui si pone fine nel modo meno peggiore che si possa. Quantomeno ci sono delle condanne, dei responsabili che rappresentano un “mai più” da portare nel futuro della gestione delle opere pubbliche, al Sud e in tutta Italia. Se quella scuola è crollata e quei bambini sono morti, è colpa dell’abusivismo, del mancato rispetto delle regole che sono prima di vita e poi di legge. Perchè la legge, in questo caso, può davvero salvarci la vita.
di Simone Aversano
Il giudizio di colpevolezza è stato confermato dalla quarta sezione penale della Corte di Cassazione: i cinque imputati per il crollo della scuola elementare di San Giuliano di Puglia sono effettivamente colpevoli di quel disastro, in cui morirono 27 bambini ed una maestra. Il reato si perpetrò in un’unica azione, ossia quella di costruire la sopraelevazione della scuola in maniera non conforme alle norme, della legge e della fisica. Un solaio appesantito da 16 tonnellate di calcestruzzo, venuto giù a causa del terremoto di fine 2002. Se si fosse costruito secondo le regole antisismiche – si legge nella sentenza – tutto ciò certamente non sarebbe successo.
I genitori e i parenti delle vittime di quella tragedia si dicono soddisfatti, anche se difficilmente nei loro volti e nelle loro menti potrà soggiornare soddisfazione vera, nè essi potranno avere ristoro dal torto impagabile subito quasi 8 anni fa.
La verità che oggi la giustizia afferma è principalmente quella della colpevolezza dei vari imputati, in quanto soltanto uno di loro, l’ex sindaco di San Giuliano che pure in quel crollo perse sua figlia, ha ricevuto una condanna definitiva: 2 anni e 11 mesi, seppur coperti dall’indulto. Per gli altri quattro imputati, il progettista della scuola e gli altri responsabili della sopraelevazione che fu funesta, la Cassazione ha rimandato il giudizio alla Corte d’Appello di Salerno, per un difetto di motivazione che, per ora, impedisce l’effettiva quantificazione della pena da infliggere.
E’ una vicenda nazionale che termina, una brutta storia cui si pone fine nel modo meno peggiore che si possa. Quantomeno ci sono delle condanne, dei responsabili che rappresentano un “mai più” da portare nel futuro della gestione delle opere pubbliche, al Sud e in tutta Italia. Se quella scuola è crollata e quei bambini sono morti, è colpa dell’abusivismo, del mancato rispetto delle regole che sono prima di vita e poi di legge. Perchè la legge, in questo caso, può davvero salvarci la vita.
di Simone Aversano
L'Ora” di Palermo: Quando c'era l'informazione indipendente
Il L’Ora”, così lo chiamavano i palermitani, era un quotidiano indipendente della sera

Dalle pagine de "L’Ora”
Fu fondato nell’Aprile del 1900 dalla famiglia Florio, capofila di una nuova borghesia illuminata ed antiproibizionistica, che in esso aveva trovato il proprio organo d’informazione. Aveva poi attraversato il Fascismo, facendo viva opposizione, fino a quando aveva potuto. La sua stagione di gloria ebbe inizio nel dopoguerra, quando la Sicilia tornò a rinascere, con l’autonomia regionale, la riforma agraria, la tentata industrializzazione. Giornale dichiaratamente di sinistra, l’editore era il Partito Comunista Italiano, “L’Ora” si fece interprete di questo spirito di rinnovamento, scegliendo di schierarsi contro la faccia negativa di quello stesso rinnovamento: la nuova Mafia, il clientelismo, la nascita di nuovi potentati economici che basavano le proprie risorse sulla spesa regionale. Non fu un’operazione semplice e la testata pagò a caro prezzo la sua perseveranza nel denunciare piccoli e grandi scandali di una società corrotta e di una politica collusa, non soltanto in termini di querele, che a decine e decine arrivavano in redazione a seguito delle coraggiose inchieste che quotidianamente venivano pubblicate, ma anche in termini di sacrifici umani: “L’Ora” è il quotidiano che nella storia della stampa italiana annovera il più alto numero di giornalisti uccisi dalla mafia: Mauro De Mauro, Cosimo Cristina e Giovanni Spampinato.
Il quotidiano di Palermo ha rappresentato un’informazione di frontiera, che attraverso le inchieste, i servizi, l’indagine, si è battuta contro i poteri occulti, specie quelli mafiosi, facendo del giornalismo uno strumento di lotta politica.
La stagione più importante de “L’Ora” è legata al nome di Vittorio Nisticò, direttore del quotidiano palermitano nel ventennio che va dal 1954 al 1975, un giornalista attentissimo e autorevolissimo, che fece guadagnare alla testata prestigio nazionale. In questo arco di tempo sono stati tanti gli avvenimenti politici e di cronaca puntualmente registrati dal quotidiano d’opposizione: dal “milazzismo” (l’operazione politica che estromise la DC dal governo della Regione) all’uccisione del procuratore capo Pietro Scaglione, dal “sacco” edilizio dei Lima e dei Ciancimino al sisma del Belice.
Quando nel 1958 uscì la sua prima grande inchiesta sulla mafia, di questo fenomeno cruento e inquinatore della politica nessun media faceva cenno, giungendo pure a negarne l’esistenza. E scrivere questa parola, a chiare lettere, sulle pagine del giornale, provocò la reazione di Cosa Nostra, che collocò una bomba tra la redazione e la tipografia. La risposta del quotidiano fu altrettanto chiara : “La mafia ci minaccia, l’inchiesta continua”; vennero ripubblicate in un inserto anche tutte le puntate precedenti. Questo episodio portò il Presidente della Repubblica Saragat a dichiarare che “ci voleva questo attentato per capire che la mafia c’è”, dando vita alla commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia, che poi, malgrado i tentativi di opposizione al disegno di legge istitutivo, da parte di deputati e senatori della Democrazia Cristiana, che la reputarono “inutile, offensiva e incostituzionale”, diventò permanente.
Insomma, “L’Ora” di Nisticò ha avuto anche questo merito, quello cioè di portare a conoscenza dell’intera nazione che la mafia in Sicilia c’era, ma che c’erano anche siciliani disposti a combatterla.
Ma “L’Ora” non fu solo questo: la redazione palermitana è stata anche un centro di cultura e di aggregazione intellettuale; basti pensare non solo a Leonardo Sciascia, ma anche a Michele Perriera, Gioacchino Lanza Tomasi, Danilo Dolci, Giuliana Saladino, Vincenzo Consolo, “scoperti” e apprezzati da Nisticò prima che diventassero gli autori che oggi conosciamo, e che arricchivano il giornale di tutti quei temi leggeri, ma non futili, che riguardavano il mondo dell’arte e del costume. Accanto a queste “penne” vi erano anche i “pennelli” di Renato Guttuso e le “matite” di Bruno Caruso, che spesso illustravano i fatti di cronaca più importanti.
“L’Ora” non esiste più, ma la sua lezione di giornalismo continua ad essere presente, attraverso molte “firme” sui più autorevoli quotidiani nazionali, di giovani cresciuti nel “laboratorio” giornalistico siciliano, come l’attuale direttore de “La Stampa” di Torino, Marcello Sorgi, che ha scritto di come a caratterizzare l’identità del quotidiano era “il mix di politici, intellettuali, artisti e scrittori che si affacciavano nel pomeriggio…”.
Dell’ultima generazione di cronisti, formatisi nella redazione del quotidiano siciliano, ricordiamo Gianni Riotta, Attilio Bolzoni, Antonio Calabrò, Alberto Stabile, e Francesco La Licata, solo per citare alcuni tra quelli più conosciuti.
Ed è con orgoglio che, ricordando l’esperienza de “L’Ora”, La Licata, giornalista esperto di storia della mafia, incontrato a Roma proprio in occasione di questa mia ricerca, mi dice come l’appartenenza a quel giornale “non era questione di essere militanti; negli anni ’70 essere contro la mafia era un dovere”. E l’adesione al partito comunista, voleva dire schierarsi contro il potere, soprattutto contro il potere mafioso.
Erano gli anni in cui la Democrazia Cristiana spadroneggiava e dove a Palermo “la parola d’ordine nei confronti del giornale d’opposizione era ostracismo”, come ricorda il cronista - poeta Mario Farinella. “Fu in quell’atmosfera e a dispetto di quell’atmosfera che Leonardo Sciascia cominciò a scrivere per “L’Ora”. Era l’inizio di una collaborazione che doveva durare per più di trent’anni, sino a qualche ora prima della morte”.
Sulle pagine del quotidiano del 3 aprile 1965, a chi gli chiedeva il perché di una così convinta consuetudine con “L’Ora”, Sciascia rispondeva scrivendo: “L’Ora sarà magari un giornale comunista, ma è certo che mi dà modo d’esprimere quello che penso con una libertà che difficilmente troverei in altri giornali italiani. In quanto al mio essere di sinistra, indubbiamente lo sono: e senza sfumature”.
A proporre allo scrittore una collaborazione regolare fu, all’inizio del 1955, l’allora neodirettore Vittorio Nisticò su indicazione di Gino Cortese, l’intellettuale comunista nisseno, che tanto aveva saputo influire sul giovane Sciascia nella sua presa di coscienza antifascista. Brancati era appena morto e sarà lo scrittore racalmutese a prendere il suo posto, scrivendo di tutto, note critiche, ma anche riflessioni culturali, politiche, inchieste e reportage.
Riguardo alla data del primo articolo pubblicato da Sciascia esistono delle fonti discordanti tra loro, tranne che per l’anno di pubblicazione che resta il 1955. Così Matteo Collura, nel “Maestro di Regalpetra”, riferisce quella del 23 febbraio, dove Sciascia dedica una nota letteraria al poeta dialettale catanese del Settecento, Domenico Tempio; mentre nella raccolta “Quaderno” di Leonardo Sciascia, pubblicata dalla Nuova Editrice Meridionale nella collana “Dalle pagine de L’Ora”, l’Editore riferisce dello stesso articolo, ma con la data del 25 febbraio. C’è poi la testimonianza di Vittorio Nisticò che sposta la data al 24 marzo: si tratta ancora di una nota letteraria, ma su un libro di Vittorio Fiore, Ero nato sui mari del tonno.
Di certo, dunque, il 1955 segna l’inizio della carriera giornalistica di Sciascia, ancora praticamente sconosciuto (solo un anno dopo avrebbe pubblicato Le Parrocchie di Regalpetra) e segna anche l’inizio di un amichevole rapporto tra lo scrittore e il direttore del quotidiano siciliano.
Vittorio Nisticò in un libro recentemente pubblicato da Sellerio, dove ripercorre i suoi venti anni di direttore al “L’Ora” di Palermo, ricorda così la nascita di questo duraturo e proficuo rapporto: “Per conoscerlo e concordare la collaborazione ero andato a trovarlo in una sua casetta di campagna nei pressi di Racalmuto, in compagnia di un comune amico, Gino Cortese, deputato comunista al parlamento siciliano”. La presenza di Sciascia in redazione era sempre molto discreta e rispecchiava la personalità sobria e riservata dello scrittore, che pareva “quasi timoroso di infastidire”. Scrive ancora Nisticò: “Sciascia era per tutti noi – da me al cronista più giovane – uno di casa: sempre pronto ad intervenire anche nella cronaca diretta o nel fuoco delle polemiche, con le sue riflessioni stringenti e in più di un caso le sue ire, e sempre con un rispetto puntiglioso della puntualità. Insomma facendo alto giornalismo. E questo me lo rendeva, ce lo rendeva particolarmente vicino”. Sarà per il giornale palermitano che lo scrittore, a poche ore dalla morte, dettò quello che può considerarsi la sua ultima riflessione pubblica, ovvero la prefazione, richiestagli da tempo, per il volumetto di scritti di Borgese apparso poi nella collana.
Fonte:http://invisibil.blogspot.co

Dalle pagine de "L’Ora”
Fu fondato nell’Aprile del 1900 dalla famiglia Florio, capofila di una nuova borghesia illuminata ed antiproibizionistica, che in esso aveva trovato il proprio organo d’informazione. Aveva poi attraversato il Fascismo, facendo viva opposizione, fino a quando aveva potuto. La sua stagione di gloria ebbe inizio nel dopoguerra, quando la Sicilia tornò a rinascere, con l’autonomia regionale, la riforma agraria, la tentata industrializzazione. Giornale dichiaratamente di sinistra, l’editore era il Partito Comunista Italiano, “L’Ora” si fece interprete di questo spirito di rinnovamento, scegliendo di schierarsi contro la faccia negativa di quello stesso rinnovamento: la nuova Mafia, il clientelismo, la nascita di nuovi potentati economici che basavano le proprie risorse sulla spesa regionale. Non fu un’operazione semplice e la testata pagò a caro prezzo la sua perseveranza nel denunciare piccoli e grandi scandali di una società corrotta e di una politica collusa, non soltanto in termini di querele, che a decine e decine arrivavano in redazione a seguito delle coraggiose inchieste che quotidianamente venivano pubblicate, ma anche in termini di sacrifici umani: “L’Ora” è il quotidiano che nella storia della stampa italiana annovera il più alto numero di giornalisti uccisi dalla mafia: Mauro De Mauro, Cosimo Cristina e Giovanni Spampinato.
Il quotidiano di Palermo ha rappresentato un’informazione di frontiera, che attraverso le inchieste, i servizi, l’indagine, si è battuta contro i poteri occulti, specie quelli mafiosi, facendo del giornalismo uno strumento di lotta politica.
La stagione più importante de “L’Ora” è legata al nome di Vittorio Nisticò, direttore del quotidiano palermitano nel ventennio che va dal 1954 al 1975, un giornalista attentissimo e autorevolissimo, che fece guadagnare alla testata prestigio nazionale. In questo arco di tempo sono stati tanti gli avvenimenti politici e di cronaca puntualmente registrati dal quotidiano d’opposizione: dal “milazzismo” (l’operazione politica che estromise la DC dal governo della Regione) all’uccisione del procuratore capo Pietro Scaglione, dal “sacco” edilizio dei Lima e dei Ciancimino al sisma del Belice.
Quando nel 1958 uscì la sua prima grande inchiesta sulla mafia, di questo fenomeno cruento e inquinatore della politica nessun media faceva cenno, giungendo pure a negarne l’esistenza. E scrivere questa parola, a chiare lettere, sulle pagine del giornale, provocò la reazione di Cosa Nostra, che collocò una bomba tra la redazione e la tipografia. La risposta del quotidiano fu altrettanto chiara : “La mafia ci minaccia, l’inchiesta continua”; vennero ripubblicate in un inserto anche tutte le puntate precedenti. Questo episodio portò il Presidente della Repubblica Saragat a dichiarare che “ci voleva questo attentato per capire che la mafia c’è”, dando vita alla commissione parlamentare d’inchiesta sulla mafia, che poi, malgrado i tentativi di opposizione al disegno di legge istitutivo, da parte di deputati e senatori della Democrazia Cristiana, che la reputarono “inutile, offensiva e incostituzionale”, diventò permanente.
Insomma, “L’Ora” di Nisticò ha avuto anche questo merito, quello cioè di portare a conoscenza dell’intera nazione che la mafia in Sicilia c’era, ma che c’erano anche siciliani disposti a combatterla.
Ma “L’Ora” non fu solo questo: la redazione palermitana è stata anche un centro di cultura e di aggregazione intellettuale; basti pensare non solo a Leonardo Sciascia, ma anche a Michele Perriera, Gioacchino Lanza Tomasi, Danilo Dolci, Giuliana Saladino, Vincenzo Consolo, “scoperti” e apprezzati da Nisticò prima che diventassero gli autori che oggi conosciamo, e che arricchivano il giornale di tutti quei temi leggeri, ma non futili, che riguardavano il mondo dell’arte e del costume. Accanto a queste “penne” vi erano anche i “pennelli” di Renato Guttuso e le “matite” di Bruno Caruso, che spesso illustravano i fatti di cronaca più importanti.
“L’Ora” non esiste più, ma la sua lezione di giornalismo continua ad essere presente, attraverso molte “firme” sui più autorevoli quotidiani nazionali, di giovani cresciuti nel “laboratorio” giornalistico siciliano, come l’attuale direttore de “La Stampa” di Torino, Marcello Sorgi, che ha scritto di come a caratterizzare l’identità del quotidiano era “il mix di politici, intellettuali, artisti e scrittori che si affacciavano nel pomeriggio…”.
Dell’ultima generazione di cronisti, formatisi nella redazione del quotidiano siciliano, ricordiamo Gianni Riotta, Attilio Bolzoni, Antonio Calabrò, Alberto Stabile, e Francesco La Licata, solo per citare alcuni tra quelli più conosciuti.
Ed è con orgoglio che, ricordando l’esperienza de “L’Ora”, La Licata, giornalista esperto di storia della mafia, incontrato a Roma proprio in occasione di questa mia ricerca, mi dice come l’appartenenza a quel giornale “non era questione di essere militanti; negli anni ’70 essere contro la mafia era un dovere”. E l’adesione al partito comunista, voleva dire schierarsi contro il potere, soprattutto contro il potere mafioso.
Erano gli anni in cui la Democrazia Cristiana spadroneggiava e dove a Palermo “la parola d’ordine nei confronti del giornale d’opposizione era ostracismo”, come ricorda il cronista - poeta Mario Farinella. “Fu in quell’atmosfera e a dispetto di quell’atmosfera che Leonardo Sciascia cominciò a scrivere per “L’Ora”. Era l’inizio di una collaborazione che doveva durare per più di trent’anni, sino a qualche ora prima della morte”.
Sulle pagine del quotidiano del 3 aprile 1965, a chi gli chiedeva il perché di una così convinta consuetudine con “L’Ora”, Sciascia rispondeva scrivendo: “L’Ora sarà magari un giornale comunista, ma è certo che mi dà modo d’esprimere quello che penso con una libertà che difficilmente troverei in altri giornali italiani. In quanto al mio essere di sinistra, indubbiamente lo sono: e senza sfumature”.
A proporre allo scrittore una collaborazione regolare fu, all’inizio del 1955, l’allora neodirettore Vittorio Nisticò su indicazione di Gino Cortese, l’intellettuale comunista nisseno, che tanto aveva saputo influire sul giovane Sciascia nella sua presa di coscienza antifascista. Brancati era appena morto e sarà lo scrittore racalmutese a prendere il suo posto, scrivendo di tutto, note critiche, ma anche riflessioni culturali, politiche, inchieste e reportage.
Riguardo alla data del primo articolo pubblicato da Sciascia esistono delle fonti discordanti tra loro, tranne che per l’anno di pubblicazione che resta il 1955. Così Matteo Collura, nel “Maestro di Regalpetra”, riferisce quella del 23 febbraio, dove Sciascia dedica una nota letteraria al poeta dialettale catanese del Settecento, Domenico Tempio; mentre nella raccolta “Quaderno” di Leonardo Sciascia, pubblicata dalla Nuova Editrice Meridionale nella collana “Dalle pagine de L’Ora”, l’Editore riferisce dello stesso articolo, ma con la data del 25 febbraio. C’è poi la testimonianza di Vittorio Nisticò che sposta la data al 24 marzo: si tratta ancora di una nota letteraria, ma su un libro di Vittorio Fiore, Ero nato sui mari del tonno.
Di certo, dunque, il 1955 segna l’inizio della carriera giornalistica di Sciascia, ancora praticamente sconosciuto (solo un anno dopo avrebbe pubblicato Le Parrocchie di Regalpetra) e segna anche l’inizio di un amichevole rapporto tra lo scrittore e il direttore del quotidiano siciliano.
Vittorio Nisticò in un libro recentemente pubblicato da Sellerio, dove ripercorre i suoi venti anni di direttore al “L’Ora” di Palermo, ricorda così la nascita di questo duraturo e proficuo rapporto: “Per conoscerlo e concordare la collaborazione ero andato a trovarlo in una sua casetta di campagna nei pressi di Racalmuto, in compagnia di un comune amico, Gino Cortese, deputato comunista al parlamento siciliano”. La presenza di Sciascia in redazione era sempre molto discreta e rispecchiava la personalità sobria e riservata dello scrittore, che pareva “quasi timoroso di infastidire”. Scrive ancora Nisticò: “Sciascia era per tutti noi – da me al cronista più giovane – uno di casa: sempre pronto ad intervenire anche nella cronaca diretta o nel fuoco delle polemiche, con le sue riflessioni stringenti e in più di un caso le sue ire, e sempre con un rispetto puntiglioso della puntualità. Insomma facendo alto giornalismo. E questo me lo rendeva, ce lo rendeva particolarmente vicino”. Sarà per il giornale palermitano che lo scrittore, a poche ore dalla morte, dettò quello che può considerarsi la sua ultima riflessione pubblica, ovvero la prefazione, richiestagli da tempo, per il volumetto di scritti di Borgese apparso poi nella collana.
Fonte:http://invisibil.blogspot.co
Un anno dopo il sisma il film inchiesta esce al cinema
ROMA. Sangue e cemento: un anno dopo il terremoto del 6 aprile, arriva nelle sale italiane in 40 copie e in quelle digitali del circuito Microcinema con un'inchiesta choc secondo la quale non è stata la calamità naturale ad uccidere 299 persone, ma piuttosto un intreccio di burocrazia, malaffare, speculazioni che hanno dissestato il territorio e ridotto L'Aquila in macerie, pur con scosse inferiori a quelle registrate nello stesso periodo, per esempio in Giappone.
Distribuito da Iris Film di Christian Lelli, è un'inchiesta di Franco Fracassi e del Gruppo Zero con Paolo Calabresi, che è anche la voce narrante e una produzione di Editori Riuniti, Telemaco e lo stesso Gruppo Zero, un collettivo di giornalisti e cineasti che aveva esordito con 'Zero, inchiesta sull'11 settembré.
Con lo stesso titolo, il film-inchiesta era uscito per Editori Riuniti in un cofanetto con l'omonimo saggio di Marco Travaglio illustrato da Vauro Senesi, pubblicato il 7 luglio 2009, un giorno prima del G8 dell'Aquila e oggetto di accesi dibattiti dopo la presentazione in varie tendopoli.
Il film racconta «cause recenti e responsabilità remote di chi ha costruito male per risparmiare sul materiale e sulle tecniche, di chi doveva controllare, ma non lo ha fatto, agli amministratori che hanno favorito la speculazione a discapito della sicurezza dei cittadini».
Dal sindaco dell'Aquila al capo della Protezione Civile Guido Bertolaso, interviste a sismologi, geologi, tecnici del territorio e delle costruzioni, avvocati e giudici arricchiscono il film del Gruppo Zero di cui fanno parte tra gli altri Thomas Torelli, Giuseppe Reggio, Arianna Dell'Arti, Luca Cambi.
Gli autori nell'inchiesta pongono domande, a loro dire senza risposta, sul terremoto d'Abruzzo: «Perché L'Aquila non era inserita nella fascia 1 di pericolosità sismica? Perché non era stata disposta nessuna politica antisismica nel territorio abruzzese? Perché dopo l'inizio dello sciame sismico (ottobre 2008) non erano state disposte misure adeguate? Perché si consente di costruire nelle zone sismiche con materiali mescolati con troppa acqua, sabbia salata, ferro di cattive colate, insomma perché si costruiscono edifici destinati a crollare? Perché si tollerano le infiltrazioni della criminalità organizzata nell'edilizia delle zone sismiche? Perché le imprese che hanno costruito gli edifici crollati non vengono escluse dalla ricostruzione? Perché la ricostruzione viene gestita al riparo del controllo della popolazione?».
E infine, la domanda più importante: «Perché la notte del 6 aprile 2009 sono morte 299 persone?». Intanto sempre sul terremoto Sabina Guzzanti sta montando un film (ancora senza titolo) sulla ricostruzione e sulla gestione del post-sisma con testimonianze, video e commenti dei protagonisti. «Il film è serio - ha scritto la Guzzanti tre giorni fa sul suo blog che ospita ipotesi di titolo, tra cui Draquila - fa anche ridere ma anche piangere. Uno spirito troppo scherzoso non si addice a questa pellicola. Ci vuole un titolo che sia ironico ma forte adeguato agli argomenti».
E' invece pronto, e ha avuto un'anteprima a Los Angeles, Italia due settimane fa, Angelus Hiroshimae di Giancarlo Planta con Franco Nero.
Il film narra la vicenda misteriosa di un cacciatore in un'alba di nebbia a L'Aquila ed è stato realizzato prima del sisma. Cercando la preda, l'uomo (Nero) si accorge di aver colpito una strana creatura giapponese con ali. Si carica sulle spalle l'angelo, lo cura nella sua antica casa, ma forse tutto il racconto è solo un incubo perché il protagonista cerca nel rapporto con quel ragazzo di sanare l'intimo dolore per la perdita del figlio. Il film si avvale della colonna sonora di Morricone e del lavoro dell'art director Gianni Quaranta. Alla pellicola è abbinato anche un documentario in cui l'attore si muove tra i ruderi del sisma.
Fonte:www.primadanoi.it
Distribuito da Iris Film di Christian Lelli, è un'inchiesta di Franco Fracassi e del Gruppo Zero con Paolo Calabresi, che è anche la voce narrante e una produzione di Editori Riuniti, Telemaco e lo stesso Gruppo Zero, un collettivo di giornalisti e cineasti che aveva esordito con 'Zero, inchiesta sull'11 settembré.
Con lo stesso titolo, il film-inchiesta era uscito per Editori Riuniti in un cofanetto con l'omonimo saggio di Marco Travaglio illustrato da Vauro Senesi, pubblicato il 7 luglio 2009, un giorno prima del G8 dell'Aquila e oggetto di accesi dibattiti dopo la presentazione in varie tendopoli.
Il film racconta «cause recenti e responsabilità remote di chi ha costruito male per risparmiare sul materiale e sulle tecniche, di chi doveva controllare, ma non lo ha fatto, agli amministratori che hanno favorito la speculazione a discapito della sicurezza dei cittadini».
Dal sindaco dell'Aquila al capo della Protezione Civile Guido Bertolaso, interviste a sismologi, geologi, tecnici del territorio e delle costruzioni, avvocati e giudici arricchiscono il film del Gruppo Zero di cui fanno parte tra gli altri Thomas Torelli, Giuseppe Reggio, Arianna Dell'Arti, Luca Cambi.
Gli autori nell'inchiesta pongono domande, a loro dire senza risposta, sul terremoto d'Abruzzo: «Perché L'Aquila non era inserita nella fascia 1 di pericolosità sismica? Perché non era stata disposta nessuna politica antisismica nel territorio abruzzese? Perché dopo l'inizio dello sciame sismico (ottobre 2008) non erano state disposte misure adeguate? Perché si consente di costruire nelle zone sismiche con materiali mescolati con troppa acqua, sabbia salata, ferro di cattive colate, insomma perché si costruiscono edifici destinati a crollare? Perché si tollerano le infiltrazioni della criminalità organizzata nell'edilizia delle zone sismiche? Perché le imprese che hanno costruito gli edifici crollati non vengono escluse dalla ricostruzione? Perché la ricostruzione viene gestita al riparo del controllo della popolazione?».
E infine, la domanda più importante: «Perché la notte del 6 aprile 2009 sono morte 299 persone?». Intanto sempre sul terremoto Sabina Guzzanti sta montando un film (ancora senza titolo) sulla ricostruzione e sulla gestione del post-sisma con testimonianze, video e commenti dei protagonisti. «Il film è serio - ha scritto la Guzzanti tre giorni fa sul suo blog che ospita ipotesi di titolo, tra cui Draquila - fa anche ridere ma anche piangere. Uno spirito troppo scherzoso non si addice a questa pellicola. Ci vuole un titolo che sia ironico ma forte adeguato agli argomenti».
E' invece pronto, e ha avuto un'anteprima a Los Angeles, Italia due settimane fa, Angelus Hiroshimae di Giancarlo Planta con Franco Nero.
Il film narra la vicenda misteriosa di un cacciatore in un'alba di nebbia a L'Aquila ed è stato realizzato prima del sisma. Cercando la preda, l'uomo (Nero) si accorge di aver colpito una strana creatura giapponese con ali. Si carica sulle spalle l'angelo, lo cura nella sua antica casa, ma forse tutto il racconto è solo un incubo perché il protagonista cerca nel rapporto con quel ragazzo di sanare l'intimo dolore per la perdita del figlio. Il film si avvale della colonna sonora di Morricone e del lavoro dell'art director Gianni Quaranta. Alla pellicola è abbinato anche un documentario in cui l'attore si muove tra i ruderi del sisma.
Fonte:www.primadanoi.it
domenica 4 aprile 2010
Italo Calvino, La speculazione edilizia, Mondadori, 2000

È Botteghe oscure, la rivista internazionale di letteratura diretta da Giorgio Bassani, a pubblicare per la prima volta, nel 1957, La speculazione edilizia. In questo romanzo Calvino mette da parte l'elemento fantastico, così presente in altre sue narrazioni, per elaborare un racconto del tutto realistico.
*** è una cittadina della Riviera ligure che sta conoscendo un rapido sviluppo, collegato ai profondi mutamenti sociali che investono l'Italia negli anni della industrializzazione, immediatamente precedenti il boom economico. Si stanno facendo strada stili di vita diversi dall'austera povertà dell'immediato Dopoguerra. Sta emergendo un ceto medioborghese, formato da professionisti, piccoli imprenditori, dirigenti, operatori di borsa, negozianti, direttori di banca, proprietari di cinema, esercenti, dotato di un'elevata capacità di spesa, in grado di comprarsi casa al mare, oppure di prenderla in affitto per un'intera stagione.
Nella nostra penisola si comincia a parlare di turismo. Il consumismo nascente finisce col contagiare anche le classi inferiori che imitano il modo di vivere di quelle superiori.
A *** è inevitabile che il mercato immobiliare cresca e che la cementificazione proceda in modo parossistico e disordinato. Spesso costruzioni di cattivo gusto deturpano la bellezza dell'antico paesaggio.
Tuttavia Quinto Anfossi, un intellettuale problematico senza arte né parte, che solitamente conduce una vita economica e spirituale molto raccolta, rimane affascinato dal nuovo spirito che sembra aver invaso l'Italia, dall'energia vitale che promana da costruttori, affaristi, gente dinamica dallo sviluppato senso pratico, individui che ai suoi occhi rappresentano gli uomini nuovi. Oppresso dalle tasse che gravano dalla morte del padre sulle proprietà di famiglia, egli si inventa impresario edile, sedotto, più che dal denaro, da quello che egli interpreta essere il nuovo spirito dei tempi.
Si mette allora in società con un certo Pietro Caisotti, un uomo rozzo e ignorante, che proviene dall'entroterra e che ha già accumulato una piccola fortuna fabbricando palazzi ed edifici, redditizi quanto esteticamente riprovevoli. Caisotti è avido, scaltro, concreto, senza scrupoli, qualità che mancano agli Anfossi, non solo a Quinto, perso per lo più dietro le sue elucubrazioni mentali, ma anche al fratello minore Ampelio, un chimico assistente universitario, preso più dal laboratorio e dalle equazioni chimiche che dall'edilizia, nonché alla madre, una professoressa in pensione che ama curare personalmente il proprio giardino e che prova nostalgia per come era un tempo la Riviera.
Sacrificando un pezzo di terra adibito dalla madre a vaseria, adiacente alla villa in cui abitano, gli Anfossi decidono di far costruire dal Caisotti un edificio, i cui appartamenti verranno poi, a costruzione ultimata, divisi tra i soci.
Quinto, per tutelarsi, decide di ricorrere alla consulenza dei professionisti più in vista della città, sue conoscenze di vecchia data: l'avvocato Canal, il notaio Bardissone e l'ingegner Travaglia, che lo esortano a non fidarsi del costruttore.
E difatti, man mano che il tempo passa, l'affare risulta essere più aggrovigliato di quanto non sembrasse a Quinto all'inizio. Caisotti, che ha per segretaria una ragazzotta sensuale molto più giovane di lui, Lina, con la quale si mormora abbia una relazione, prima si dimostra diffidente, poi ritarda i lavori e i pagamenti, moltiplicando rinvii e intoppi. I rapporti fra Quinto e Caisotti si fanno tesi. Caisotti subisce un protesto, ma riesce ad ottenere da Quinto, facendo ricorso al suo eloquio farcito di mugugni e di vittimismo, un'ulteriore dilazione nei pagamenti.
Le cose continuano a ingarbugliarsi e a peggiorare. I due volubili fratelli Anfossi, presi dalla loro vita, inetti ad occuparsi di qualsiasi questione pratica, lasciano tutte le incombenze relative alla costruzione del nuovo fabbricato alla madre. Quando decidono di tentare di raddrizzare la faccenda, finiscono col litigare fra loro, rinfacciandosi colpe, omissioni e responsabilità.
Alla fine Quinto, frustrato nella sua carriera di intellettuale, segretario di una rivista prima e sceneggiatore cinematografico poi, incapace di trovare gioia nei suoi amorazzi contrastati e, tutto sommato, scipiti, sempre più preso nelle sabbie mobili del suo rapporto di affari con Caisotti, esasperato dalle lungaggini legali e burocratiche, decide di scendere a un accomodamento con l'impresario, da cui il limitato, volgare Caisotti esce vincitore.
La speculazione edilizia è un romanzo che ci parla della crisi di valori che permea il Paese nel secondo Dopoguerra e del disorientamento degli intellettuali di sinistra del tempo che, pur vedendo traditi i valori resistenziali, faticano a trovare ragioni alternative e ad opporsi con efficacia al gretto consumismo e affarismo della amorale e intellettualmente modesta borghesia italiana, indifferente a tutto ciò che non sia l'agio e il tornaconto personali.
Di grande valore sono le digressioni sociologiche sullo sviluppo incerto e abnorme della nostra vita nazionale, che Calvino innesta nella narrazione vera e propria. Lo scrittore si rivela addirittura profetico nell'individuare alcune linee di tendenza dell'evoluzione socioeconomica dell'Italia attuale.
Lo stile è quello cui ci ha abituato Calvino: una scrittura asciutta, precisa, elegante nel suo essere semplice ed essenziale. Che attinge al gergo tecnico, con affascinanti quanto esatti elenchi di procedure e strumenti collegati alle costruzioni e al mondo economico. Una scrittura capace sempre, soprattutto, di una forte presa sulla realtà.
Fonte:http://www.interruzioni.com/laspeculazioneedilizia.htm
sabato 3 aprile 2010
giovedì 1 aprile 2010
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